Da Costa a Costa – settimana 1 di 50
 
Tra balli, parate, discorsi solenni e folle per strada, la cerimonia di insediamento di un presidente degli Stati Uniti è la cosa più simile a un'incoronazione a cui si possa assistere in una repubblica. Da venerdì 20 gennaio gli Stati Uniti hanno un nuovo presidente: Donald J. Trump, che ha vinto le elezioni lo scorso 8 novembre, ha giurato e si è insediato alla Casa Bianca. Trump è il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti, ma i presidenti in tutto sono stati quarantaquattro: Grover Cleveland fece due mandati non consecutivi e quindi viene contato come il ventiduesimo e il ventiquattresimo presidente.

In questa newsletter parleremo di cosa ha detto Trump nel discorso di insediamento, di com'è composto il suo governo e quali saranno le sue prime mosse, delle cose più importanti che succederanno quest'anno nella politica americana e della famosa questione Russia. Poi vi racconterò una storia che ci accompagnerà per tutto il 2017 e anche i piani che ho per questa newsletter e il podcast: cosa penso di fare quest'anno e come penso di finanziarlo, anche col vostro aiuto.

Il giuramento di Donald J. Trump.

C'è un nuovo presidente
È stata una cerimonia un po' in tono minore rispetto alle ultime due: discorso molto breve, parata molto breve, contestazioni e incidenti in giro per Washington DC, quasi 70 parlamentari che non hanno partecipato per protesta, pochi spettatori per gli standard americani (ma non ne trarrei grandi conclusioni: se c'è una cosa che a Trump è riuscita benissimo in campagna elettorale, è stata radunare grandissime folle). Parte di queste cose sono state decise da Trump, per mostrare che non gli interessano i fronzoli e riti della politica e vuole badare al sodo; altre si devono alla sua posizione non così forte nel momento in cui si insedia alla presidenza: alle elezioni ha preso quasi tre milioni di voti in meno della sua avversaria, un distacco larghissimo e storico, e il suo tasso di popolarità è il più basso di sempre per un nuovo presidente.

Trump non si è fatto nuovi amici col suo discorso di insediamento, che salvo un paio di passaggi è stato praticamente un comizio della sua campagna elettorale: non ha fatto il classico discorso che cerca di riunire il paese attorno a un obiettivo comune – paradossalmente il discorso della notte del voto era stato molto più "da statista" – bensì un discorso tetro che rilancia toni e contenuti del Trump candidato. Non è stato un discorso da presidente Repubblicano ma piuttosto da indipendente populista che ha usato il Partito Repubblicano come mezzo per arrivare alla Casa Bianca: e il motto "America First", che non ha una gran storia, è in diretta contraddizione con la dottrina globalista dell'ultima amministrazione Repubblicana. Tre notevoli assenze nel discorso di Trump: il muro da costruire al confine col Messico, le tasse da tagliare e la riforma sanitaria da sostituire. Frase chiave: «Oggi non trasferiamo il potere banalmente da un'amministrazione all'altra, o da un partito all'altro: oggi portiamo il potere via da Washington D.C. e lo restituiamo a voi, il popolo». Il testo integrale del discorso lo trovate qui, qui invece il video.

Durante il suo discorso Trump ha accidentalmente citato Bane, il cattivo di Batman, parola per parola.

Cosa farà Trump adesso
Innanzitutto cercherà di completare la formazione della sua amministrazione: i membri del suo governo devono ancora superare le audizioni e il voto del Senato – non tutti se la stanno cavando benissimo – e sono state nominate fin qui il 5 per cento delle 690 persone che Trump dovrà scegliere entro le prossime settimane. Il governo Trump è composto da diverse persone che vengono dal mondo delle imprese: per la prima volta, per esempio, gli Stati Uniti avranno sia un presidente che un segretario di Stato – Rex Tillerson – che non hanno nessuna esperienza politica. Tillerson era l'amministratore delegato di Exxon, una delle più grandi aziende petrolifere al mondo; con lui nel governo Trump ci sono Steven Mnuchin al Tesoro, ex dirigente di Goldman Sachs, il ricchissimo imprenditore Wilbur Ross al Commercio, il capo di una catena di fast food al Lavoro, il presidente di Goldman Sachs a capo dei consiglieri economici. Poi ci sono un po' di esperti politici di destra, come l'ex generale James Mattis alla Difesa e il senatore Jeff Sessions alla Giustizia.

Ah, e poi c'è Rick Perry. Se siete lettori anziani della newsletter o vi è capitato di sentirmi parlare da qualche parte in Italia durante lo scorso anno, sapete di chi parliamo: l'ex governatore del Texas che durante la campagna elettorale del 2012 a un certo punto in un dibattito tv disse che avrebbe voluto abolire tre agenzie del governo, e disse la prima, disse la seconda, e si dimenticò la terza. Qualche giorno dopo disse che la terza agenzia inutile che avrebbe voluto citare, non fosse stato per la sua amnesia, sarebbe stata l'agenzia per l'energia. La sua carriera politica finì lì, comunque, tanto che qualche mese fa Perry faceva il concorrente all'edizione americana di Ballando con le stelle. Prima aveva definito Trump «un cancro» per i conservatori americani. Ora Trump lo ha scelto per il suo governo. E per affidargli cosa? L'agenzia per l'energia.

Rick Perry everyone. Il precedente segretario all'energia era un premio Nobel per la fisica.

Stando a quello che si legge, la lista delle priorità nell'agenda di Trump è questa: prima la riforma sanitaria, poi la riforma fiscale (che i Democratici odieranno), poi un piano per le infrastrutture (che ai Democratici potrebbe piacere). A quel punto, forse, il muro. È una lista che può subire scossoni, naturalmente: Trump cambia idea facilmente e possono succedere fatti nuovi. Ma queste sono certamente tre cose che ha molto a cuore; e soprattutto sulla prima i Repubblicani si giocano la faccia.

Il Congresso ha già intrapreso i primi passi per abolire la riforma sanitaria, ma non sarà semplicissimo portare a termine questo percorso: alcune cose della riforma di Obama piacciono molto agli americani – per esempio il divieto di discriminare i malati cronici – e quindi tornare alla situazione precedente sarebbe molto impopolare. Smontare solo una parte della legge potrebbe far venire meno anche l'altra parte. Inoltre Trump dice cose contraddittorie: pochi giorni fa ha promesso addirittura "copertura sanitaria universale", una cosa che nemmeno Obama riuscì a ottenere, senza spiegare come; né lui né i Repubblicani al Congresso hanno ancora spiegato come sostituire una riforma sicuramente migliorabile ma che ha dato copertura sanitaria a 20 milioni di persone che prima non ce l'avevano. Forse si farà una specie di rebranding dell'attuale sistema, che nasce peraltro da idee vicine ai Repubblicani, dando maggiore autonomia agli Stati; più probabilmente si cercherà di svuotare la legge dall'interno tagliando i fondi per le sue norme più controverse. Trump ha firmato proprio ieri un ordine esecutivo che va in questa direzione (insieme al taglio delle agevolazioni per le famiglie meno abbienti che vogliono ottenere un mutuo).

Al pranzo post-insediamento, Trump ha proposto un applauso in piedi per Hillary Clinton.

Cosa succede nel 2017
Un po' di date importanti. Il 25, 26 e 27 gennaio i parlamentari Repubblicani vanno in ritiro a Philadelphia, per conoscersi, discutere delle loro posizioni e organizzare le idee. Entro il 31 gennaio i comitati elettorali devono diffondere i loro dati finanziari sull'ultimo trimestre del 2016. Dal 22 al 25 febbraio c'è la CPAC, la più grande e seguita conferenza dei conservatori americani. Dal 23 al 26 febbraio si elegge il nuovo presidente del Partito Democratico, ci sono due candidati piuttosto di sinistra: Tom Perez (vicino a Obama) e Keith Ellison (vicino a Sanders). Il 28 aprile gli Stati Uniti toccheranno il famoso "tetto del debito" previsto dalla legge: e se il Congresso non alzerà il tetto entro quella data, il governo federale dovrà sospendere le sue attività. I Repubblicani hanno fatto penare i Democratici per otto anni su queste scadenze, ora dovranno sperare che i Democratici non facciano lo stesso. Il 29 aprile sarà il centesimo giorno di Trump alla Casa Bianca, il giorno dei primi bilanci. Il 26 maggio Donald Trump sarà in Italia, per il G7 di Taormina. Il 7 luglio invece inizia il G20 ad Amburgo, e ci sarà anche Putin. Il 7 novembre si vota per eleggere i governatori di alcuni stati – di uno parliamo tra poco – e per il sindaco di New York.

Il bellissimo graphic novel con l'autobiografia di John Lewis – leggendario attivista per i diritti civili, il più giovane tra i dirigenti nazionali del movimento guidato da Martin Luther King, uno che è stato arrestato e pestato decine di volte – è finito in testa alla classifica americana di Amazon dopo che Trump ha detto che Lewis è «solo chiacchiere». È una trilogia pluripremiata che si intitola March, uscirà anche in Italia nei prossimi mesi.

Come sono finite le elezioni
Ha vinto Trump. Prossimo punto.

No, ok. Però ci eravamo salutati a novembre che mancavano ancora i risultati definitivi, e i dati disponibili non li avevamo ancora digeriti per bene. Quindi. Donald Trump ha ottenuto 304 grandi elettori, contro i 227 di Hillary Clinton. Trump ha preso in tutto 62.980.160 di voti, contro i 65.845.063 di Clinton. Questo risultato è possibile per via del sistema elettorale americano, in cui basta vincere di un voto in uno stato per prendersi tutti i suoi grandi elettori: Clinton ha stravinto dove le bastava vincere anche di poco, ha perso molto bene in alcuni stati in cui poteva anche straperdere, ma soprattutto ha perso per pochissimi voti negli stati decisivi, Michigan, Wisconsin e Pennsylvania, dove ha ottenuto in tutto circa 100.000 voti in meno di Trump. C'è stato evidentemente un suo grosso errore strategico – il comitato Clinton ha investito più soldi in Nebraska che in Wisconsin e Michigan messi insieme, per dire – ma delle cause politiche di questo risultato si discuterà ancora molto a lungo, e io cercherò di capirle anche visitando alcuni di questi luoghi. Intanto vi consiglio di dare uno sguardo a questa sintetica ma completa analisi di Nate Silver.

Le parole che nessun presidente aveva usato prima di Trump in un discorso di insediamento. È una lista un po' distopica.

La questione Russia
Ne discuteremo periodicamente per i prossimi mesi, se non per i prossimi anni. Un rapporto dell'intelligence americana appena desecretato dice che Vladimir Putin ha ordinato una campagna di attacchi informatici allo scopo di influenzare le elezioni americane del 2016 e favorire Donald Trump. La stessa intelligence statunitense da mesi ha concluso – anche se mancano prove definitive – che gli attacchi contro il Partito Democratico si debbano a questa campagna, e forse ricordate che già da quest'estate si parla dei legami politici ed economici di Donald Trump e di alcuni suoi alleati con un giro di oligarchi russi vicini al Cremlino. Trump ha ammesso solo pochi giorni fa che «probabilmente» è stata la Russia ad attaccare il Partito Democratico; i Democratici vorrebbero aprire una commissione d'inchiesta al Congresso ma è molto difficile che ci riescano. Poi c'è la questione del dossier sul presunto ricatto.

Da mesi nelle redazioni americane circola un dossier sui rapporti tra Trump e la Russia messo insieme da Christopher Steele, un rispettato ex agente dei servizi segreti britannici, per conto di una società americana di consulenza politica. Questo dossier sostiene tra le altre cose che Trump durante un viaggio in Russia di qualche anno fa sia stato attirato in una trappola, e registrato in una camera d'albergo con alcune prostitute impegnate in una “pioggia dorata”, un gioco sessuale in cui una o più persone si urinano addosso: di queste cose le autorità russe avrebbero prove utili a ricattare lo stesso Trump. Nonostante circolasse da mesi, questo rapporto è venuto fuori solo due settimane fa perché l'FBI ha deciso di allegarlo a un briefing consegnato a Trump e Obama. A quel punto CNN ha ritenuto che fosse rilevante abbastanza da raccontarlo in un articolo, mentre BuzzFeed lo ha pubblicato integralmente. Perché non era uscito prima? Perché non esistono prove né conferme a sostegno di quanto sostiene il dossier. Neanche una. Continueremo a seguire questa storia, naturalmente, ma il mio consiglio è: finché non ci sono prove, nelle nostre valutazioni di Trump e delle sue politiche è meglio far finta che questo dossier non esista.

Il ballo inaugurale tra Donald e Melania Trump, stanotte.

Un anno (speriamo) con Tom Perriello
Questa è una storia relativamente piccola, ma bella ed esemplare. La terremo d'occhio per tutto l'anno, anche se potrebbe interrompersi prima.

Nel 2008 Tom Perriello era un trentaquattrenne avvocato, insegnante e attivista per i diritti umani (con evidenti origini italiane). Aveva passato diverso tempo in Sierra Leone, in Kosovo, in Darfur e in Afghanistan per promuovere lo sviluppo di istituzioni democratiche e proteggere le persone dalle violenze delle guerre e delle dittature. Quell'anno decise di candidarsi alla Camera con i Democratici, in un collegio della Virginia in cui i Democratici perdevano sempre. Tre mesi prima delle elezioni era indietro di 30 punti percentuali. Alla fine però vinse, grazie a una campagna elettorale molto efficace, al suo stile pulito e positivo e ai guai combinati dal suo avversario, un deputato Repubblicano che veniva da sei legislature e si sentiva sicuro di vincere. E vinse nonostante alle presidenziali gli elettori del suo collegio avessero votato in maggioranza per McCain e non per Obama. 

Perriello non era centrista, non aveva vinto quelle elezioni spostandosi a destra: e nei mesi successivi, quando Obama andò in difficoltà e diversi deputati Democratici in cerca di rielezione cominciarono a distanziarsene, lui fu un esempio di lealtà assoluta verso la Casa Bianca e il presidente. Un soldato, una persona normale e speciale insieme: votò per quello in cui credeva senza pensare alle conseguenze politiche personali. Votò la riforma finanziaria, la riforma sanitaria, persino una proposta di tassa sulle emissioni inquinanti poi affondata dai Repubblicani e dai Democratici centristi. Lo considerarono un pazzo suicida: si stava giocando la rielezione.

Lui è Tom Perriello.

Nel 2010, alle elezioni di metà mandato, i Democratici di tutto il paese si mobilitarono per lui, lo stesso Obama lo elogiò più volte e andò a fare campagna elettorale nel suo collegio per dargli una mano. Quando gli chiesero perché mantenere quelle posizioni nonostante avrebbero probabilmente compromesso la sua vittoria, Perriello rispose: «Ci sono cose più importanti della rielezione. Il peggio che mi può capitare è perdere il seggio, e in quel caso pazienza». Perriello perse, di poco. Obama lo prese a lavorare nella sua amministrazione.

Ora Tom Perriello è di nuovo in pista: si è candidato a governatore della Virginia. Non sarà facile, perché alle primarie del Partito Democratico sfiderà l'attuale vicegovernatore Ralph Northam, sostenuto da tutto l'establishment del partito. Le primarie si terranno il 13 giugno, le elezioni vere il 7 novembre. Dovesse vincere, diventerebbe il più giovane governatore del Partito Democratico. Da qui ad allora seguiremo con un occhio particolare la sua campagna elettorale.

Qualcosa su di noi, infine
Fino a qualche mese fa avevo intenzione di chiudere newsletter e podcast dopo le elezioni, ma come vedete ho cambiato idea: un po' perché l'esperienza di questi diciannove mesi mi ha arricchito moltissimo, grazie a voi, ma soprattutto perché cercare di capire la cosa straordinaria accaduta alle ultime elezioni, e le conseguenze che potrà avere sull'America e sul mondo, è una missione troppo allettante. Le cose da raccontare non mancano, e lo farò anche sul campo: a marzo andrò in Michigan, uno degli stati decisivi alle ultime elezioni e forse il migliore per cercare di capire l'ascesa di Trump. Nel corso di quest'anno vorrei visitare, dopo il Michigan, altri due stati americani, e raccontarveli con questa newsletter e il podcast. Si riparte, insomma, ma con qualche novità.

Qui ho raccontato la storia di questa newsletter, e la mia.

La prima novità è che la newsletter e il podcast si alterneranno. Un sabato riceverete la newsletter, un sabato uscirà un nuovo podcast: riceverete il link per ascoltare ogni nuova puntata del podcast dentro una newsletter apposita, ma potrete trovarle anche su iTunes – dove potete anche iscrivervi e lasciare una recensione – e su Spreaker. Il podcast è prodotto da Piano P, la piattaforma italiana dei podcast giornalistici.

La seconda novità è che vorrei dare un sostegno economico a questo lavoro, che richiede molti sforzi che prosciugano il tempo libero delle mie giornate, oltre che i costi dei viaggi e le spese di manutenzione tecnica della newsletter. La newsletter e il podcast sono e rimarranno gratuiti per tutti, come sapete è una cosa che mi sta particolarmente a cuore. Però sto parlando con alcune aziende che sono interessate a sponsorizzare "Da Costa a Costa", e quindi forse di tanto in tanto vedrete qui dentro un banner pubblicitario non invasivo; se pensate di conoscere un'azienda interessata a sostenere questo progetto, scrivetemi.

Ma ho bisogno anche di una mano da voi, che siete stati generosissimi l'anno scorso permettendomi di andare alle due convention, visitare uno stato decisivo prima delle elezioni e raccontarvi tutto con la newsletter e il podcast. Vi chiedo di valutare la possibilità di fare una donazione ricorrente da pochi euro al mese, in nome del lavoro degli ultimi diciannove mesi e di quello che porterò avanti per tutto il 2017: due euro al mese vanno benissimo, poi se vorrete essere più generosi buon per voi. Tra dodici mesi "Da Costa a Costa" finisce davvero, quindi si parla più o meno di un investimento da 24 euro per tutto l'anno, e almeno 50 uscite tra newsletter e podcast. Più fondi raccoglierò, più viaggi potrò fare negli Stati Uniti, più cose potrò raccontarvi come ho fatto fin qui. Potete impostare una donazione ricorrente in completa sicurezza cliccando qui, usando la vostra carta di credito o il vostro conto Paypal. Grazie infinite fin da ora.

«With three words that will ring from coast to coast»
Un'ultima cosa, per salutarci: qualche giorno fa ho raccontato sul Post le storie di dieci discorsi speciali di Barack Obama. Le trovate qui. Quello che segue è il mio preferito.

Ciao, bentornati.


"Da Costa a Costa" è patrocinato dall'American Chamber of Commerce in Italy.

Cose da leggere
Stavolta niente articoli, ma altri progetti italiani che sono nati nel corso dei mesi anche sull'onda di questo: una newsletter e una pagina Facebook sulle elezioni francesi, una newsletter sulle elezioni tedesche, una newsletter sulla politica britannica.

Hai una domanda?
Scrivimi a costa@ilpost.it oppure rispondi a questa email, che poi è la stessa cosa.

Spread the word
Se quello che hai letto ti è piaciuto, consiglia a un amico di iscriversi alla newsletter oppure inoltragliela.
Ricevi questa email perché sei iscritto alla newsletter di Francesco Costa sulla politica statunitense. Se vuoi cancellarti clicca qui. Ma devi proprio?






This email was sent to <<Metti qui la tua email>>
why did I get this?    unsubscribe from this list    update subscription preferences
Francesco Costa · Portello · Milano, Italia 20149 · Italy