24 giorni alle elezioni statunitensi
–4 giorni al terzo e ultimo dibattito tv tra Clinton e Trump

C'è stato un problema con il precedente invio della newsletter: questa è la versione corretta. Scusate e grazie per la pazienza.

Domattina partirò da Milano per Des Moines, in Iowa, negli Stati Uniti. Passerò lì una settimana, a seguire la campagna elettorale e raccontarla, quindi è il caso di rispondere a una domanda che ho ricevuto più volte di persona nelle ultime settimane: perché proprio in Iowa, uno staterello agricolo del Midwest grande come la Grecia ma con un quarto della sua popolazione, e che assegna solo 6 grandi elettori?

Che domande. Vado in Iowa per mangiare il burro fritto, ovviamente.



No, ok, scherzo. Vado in Iowa perché l'Iowa in questa campagna elettorale è un posto che non somiglia a nessun altro.

1. È uno stato in bilico, innanzitutto
L’Iowa è uno degli stati in cui, secondo i sondaggi, Hillary Clinton e Donald Trump sono separati da un distacco così piccolo da rendere imprevedibile l’esito del voto, e da permettere a un gruppo anche relativamente ridotto di elettori di risultare determinanti. In questo momento nella media dei sondaggi Trump è avanti di 3,7 punti. Inoltre, Trump non ha una strada realistica verso la presidenza che non passi per la conquista dei sei grandi elettori dell’Iowa. Ci sono altri stati in bilico più grandi e famosi, per esempio Ohio e Florida, ma la strada per Trump si è fatta così stretta che quelli probabilmente contano solo se Trump vince in Iowa, per come si sono messe le cose.

2. In Iowa si sono capovolti gli equilibri
Da tempo alle presidenziali il risultato dell'Iowa resta più o meno incerto fino alla fine – non è una "roccaforte" di questo o quel partito – ma dal 1988, alla fine della fiera, solo una volta l’Iowa ha scelto il candidato Repubblicano (George W. Bush nel 2004, e per soli 10.000 voti). Eppure quest’anno Trump è stato in vantaggio nei sondaggi in Iowa praticamente sempre: persino quando era affondato dopo le convention, persino in questi giorni in cui va disastrosamente dappertutto. Donald Trump potrebbe tranquillamente perdere le elezioni e diventare il primo Repubblicano dal 2004 – il secondo dal 1988 – a vincere in Iowa.

3. L’Iowa non è come gli Stati Uniti
Se siete iscritti a questa newsletter da un po’ di tempo, sapete che uno dei grandi fenomeni storici che stanno attraversando la politica americana è il cambiamento demografico: negli Stati Uniti da trent’anni a questa parte ci sono ogni anno sempre meno bianchi, e i non-bianchi votano sempre di più a sinistra. L’Iowa è rimasto fuori da questa rivoluzione, per ora: è il sesto stato americano per percentuale di bianchi sul totale della popolazione (il 91 per cento). Inoltre, solo il 27 per cento degli abitanti dell’Iowa è laureato, meno che in tutti gli altri stati in bilico: e i bianchi non laureati sono il segmento elettorale in cui Trump va più forte. Al contrario che in molti altri stati, in Iowa anche la base del Partito Democratico è composta prevalentemente da persone poco istruite della classe operaia bianca. Vivono in posti dove la crisi economica ha lasciato conseguenze pesanti e sono particolarmente sensibili al messaggio statalista e protezionista di Trump.

4. Il Partito Repubblicano sta con Trump
Una delle grandi storie politiche di questi mesi è stata la lotta di Trump contro l’establishment del Partito Repubblicano e il successivo svogliato e scettico sostegno del Partito Repubblicano per Trump, culminato con la decisione di decine di funzionari ed ex funzionari del partito di sostenere Clinton, e con il ritiro degli endorsement di alcuni parlamentari Repubblicani dopo la storiaccia del video di Trump. Anche da questo punto di vista, l’Iowa è un caso più unico che raro: il Partito Repubblicano è compatto con Trump. Il merito è di Terry Branstad, governatore Repubblicano dell’Iowa da SEI mandati, che ha combattuto in questi anni una guerra personale con un pezzo del partito locale ed è salito da subito sul treno di Trump per proseguirla. Il capo del comitato elettorale di Trump in Iowa è suo figlio, Eric Branstad.

5. È il posto dove tutto è cominciato, e vuole rimanerlo
Come forse ricordate, l’Iowa è lo stato da cui storicamente cominciano le primarie: è il primo posto in cui si è votato anche in questo ciclo elettorale, lo scorso primo febbraio. Mi sembra interessante quindi andare a vedere come procede l’ultimissima parte di campagna elettorale nel primo posto in cui quella stessa campagna elettorale è iniziata, e sono curioso di capire cosa si dice dell’ipotesi che l’Iowa possa perdere questo suo ruolo di apripista. Se ne sta parlando perché nel 2008 i caucus del Partito Repubblicano in Iowa li vinse Mike Huckabee, nel 2012 li vinse Rick Santorum e nel 2016 li vinse Ted Cruz: e nessuno di questi tre ottenne poi la nomination. L’elettorato dell’Iowa è molto bizzoso, molto religioso, molto sensibile ai messaggi più populisti e soprattutto molto diverso da quello dell’America in generale: tra quattro anni uno o più candidati Repubblicani con ambizioni presidenziali potrebbero decidere di saltarlo del tutto e passare direttamente alle primarie del New Hampshire. Se questo dovesse succedere, l’Iowa perderebbe uno dei suoi principali motivi di influenza politica.

Se queste storie vi interessano, oltre a leggere la newsletter di sabato prossimo e ascoltare il prossimo podcast vi consiglio di seguirmi sui social network: la pagina Facebook, l'account su Instagram e il profilo su Twitter. Farò anche delle dirette quotidiane su Periscope, cercando di mostrarvi il più possibile della campagna elettorale in un posto così particolare. Questo viaggio in Iowa è organizzato in collaborazione con Twitter Italia.

I caucus del primo febbraio in Iowa, ve li ricordate? La newsletter esisteva dal giugno 2015, quanto li abbiamo aspettati.

Veniamo ora alle notizie di questa settimana. Non si sono ancora esaurite le conseguenze della diffusione del video di venerdì scorso, in cui si vede e si sente Donald Trump vantarsi in termini molto volgari di come può molestare sessualmente tutte le donne che vuole, visto che è una star. In modo tutt’altro che sorprendente, quindi, stanno venendo fuori a cascata una serie di storie e racconti di volte in cui Trump avrebbe fatto quello che ha effettivamente detto.

Il New York Times ha pubblicato un articolo con le storie di due donne che hanno raccontato di essere state molestate da Donald Trump: palpeggiate e baciate senza il loro consenso. Altre due donne in passato avevano raccontato storie simili. Il Palm Beach Post ha raccontato di un’altra donna che dice di essere stata molestata da Trump. Anche Miss Washington 2013 dice che Trump le toccava il sedere continuamente e più volte l'ha invitata nella sua camera d’albergo. Un’imprenditrice ha raccontato che una volta durante un pranzo Trump ha passato in rassegna le partecipanti a un concorso di bellezza, guardando sotto le loro gonne e dicendo ad alta voce se avevano o no le mutandine. Cinque ragazze che hanno partecipato a Miss Teen USA nel 1997 hanno raccontato che Trump era solito entrare a sorpresa nei camerini mentre le ragazze – di età compresa tra i 15 e i 19 anni – si cambiavano ed erano nude o seminude. Lo stesso Trump si è vantato in passato di fare questa cosa, definendola uno dei privilegi del possedere i concorsi di bellezza.

Ancora: un’altra donna ha detto che una volta Trump le infilato la mano sotto la gonna e l’ha baciata (letteralmente quello che Trump stesso nel video dice che gli piace fare). Natasha Stoynoff, la giornalista di People che per anni ha seguito la famiglia Trump, ha raccontato che Trump nel 2005 le ha messo le mani addosso e l’ha baciata senza il suo consenso. È venuto fuori un video di Trump che nel 1992 passa davanti a un coro di ragazzine che cantano canzoni di Natale e chiede loro quanti anni hanno. Quando dicono che ne hanno 14, lui risponde: «Wow, tra un paio d’anni uscirò con voi». E una registrazione in cui dice che «le donne vanno trattate di merda», se vuoi che ti rispettino.

Qualche risposta per quelli che si chiedono "come mai viene fuori tutto ora". Innanzitutto non viene fuori tutto ora: alcune di queste storie circolavano da mesi, era maggio quando il New York Times dedicò una lunga inchiesta a Trump e le donne. Poi: raccontare di essere state molestate non è una cosa semplice, anzi, e lo diventa ancora meno se il molestatore è ricco, influente e potente come Donald Trump. Moltissime di queste donne per anni hanno pensato che la cosa più indolore fosse mettersi tutto alle spalle. Non è insolito che, in una circostanza del genere, l’emersione di una o due denunce spingano altre vittime a raccontare la loro storia. È quello che è successo, esattamente in questi termini, con Bill Cosby o Jimmy Savile.

La difesa di Trump è stata fare causa al New York Times (che ha risposto qualcosa tipo "non aspettiamo altro, baby") e poi dire che non avrebbe mai molestato le donne che lo accusano, perché sono troppo brutte. Poi ha detto che è tutta opera di un complotto delle élites mondiali che vogliono affossare la sua candidatura – lo dice lui, un milionario di Manhattan – e che stanno truccando sia le elezioni che i sondaggi: gli stessi sondaggi degli stessi istituti che twitta entusiasticamente quando lo danno in vantaggio. Suo figlio Donald Trump Jr., invece, ha detto che queste accuse e i commenti del video mostrano che è «un essere umano». Sembra che il frutto non sia caduto lontano dall’albero.

Clicca play.

Nella tredicesima puntata del podcast sulle elezioni americane si parla dei politici americani e del sesso. Il video di Trump si inserisce in un filone di storie ricchissimo, alcune molto sgradevoli, altre piuttosto divertenti. Tipo quella del governatore Repubblicano che all'improvviso scappò con l'amante argentina. Si ascolta su Spreaker cliccando qui sopra oppure qui su iTunes.

Cosa dicono i sondaggi
Tutte queste cose – e il secondo dibattito perso da Trump domenica – hanno delle conseguenze. Diversi stati tradizionalmente in bilico, come Virginia, Colorado, Nevada o Pennsylvania, sono oggi solidamente nella colonna Clinton (Trump in Virginia ha addirittura sospeso tutte le attività). A parte l’eccezione Iowa, e naturalmente i soliti Florida e Ohio, stanno diventando in bilico stati come l’Arizona, la Georgia, il Texas, lo Utah o l’Alaska. L’ultima volta che un Democratico ha vinto in Alaska o nello Utah: 1964, Johnson contro Goldwater. In Texas accadde nel 1976 con Carter.

Questi movimenti nei sondaggi non si devono tanto a spostamenti da Trump a Clinton – che ci sono, ma sono marginali – bensì soprattutto a elettori Repubblicani che stanno dicendo di non avere più intenzione di andare a votare: gente che non è mai stata entusiasta di Trump, che lo avrebbe votato per far perdere Clinton ma che ora pensa di aver visto abbastanza. Tenete conto poi che in molti stati si sta già votando, come mostra la mappa qui sotto e come raccontavo qualche newsletter fa:



Guardate per esempio cosa sta succedendo in North Carolina, uno stato storicamente Repubblicano in cui negli ultimi anni il risultato è diventato un po’ più incerto da prevedere. Negli Stati Uniti gli elettori possono decidere se registrare nelle liste elettorali la loro affiliazione a un partito, senza che questo ovviamente li obblighi a votare quel partito. Questo permette di sapere però l’affiliazione di chi va a votare, che di norma è di qualche indicazione nel prevedere i risultati elettorali. Ecco, in North Carolina il voto in anticipo per posta è sempre stato usato soprattutto dagli elettori registrati dai Repubblicani: ma guardate i dati di quest’anno in confronto a quelli di quattro anni fa.



In un anno del genere non si può escludere nulla, ma una rimonta di Trump di questo svantaggio a questo punto della campagna elettorale non avrebbe precedenti. Se poi davvero i Repubblicani dovessero disertare le urne – chi vuole votare per un candidato che va incontro a una sconfitta imbarazzante e storica, come i suoi avversari dicono dal giorno 1 della sua candidatura? – i Democratici potrebbero riprendersi il Congresso e ottenere di nuovo la maggioranza sia alla Camera che al Senato. Ma di questo parliamo meglio in una delle prossime newsletter.

I migliori surrogati del mondo
Nelle campagne elettorali americane, i "surrogates" sono i politici che vanno a fare campagna elettorale per conto del candidato. In questi giorni Clinton ha di nuovo diradato i suoi appuntamenti pubblici, per preparare il terzo e ultimo dibattito del 19 ottobre e forse anche per evitare di togliere attenzioni dai guai di Trump. Questa scelta è resa particolarmente facile dal fatto che, se i "surrogati" di Trump sono politici falliti come Rudolph Giuliani, Chris Christie o Newt Gingrich, Hillary Clinton può schierare Joe Biden, Elizabeth Warren, Bernie Sanders e soprattutto questi due.

«C'mon, man!»

«The guy says stuff nobody would find tolerable if they were applying for a job at 7-Eleven»

Ai tempi delle campagne elettorali di Barack Obama del 2008 e del 2012, gli strateghi David Plouffe e David Axelrod chiamavano Michelle Obama "the closer". L’oratrice dopo la quale è impossibile ribattere, quella che assesta il colpo del KO e chiude la partita. Lo aveva già fatto alla convention di Philadelphia, lo ha rifatto questa settimana.



Le email diffuse da Wikileaks, nel frattempo
Wikileaks continua a diffondere con frequenza più o meno quotidiana pacchetti di email sottratte con un attacco informatico a John Podesta, il più importante consulente e stratega del comitato elettorale di Hillary Clinton. Se ne sta parlando poco perché nel frattempo su Trump sta venendo fuori di tutto, ma anche perché le email non contengono niente di scandaloso: al massimo qualche giudizio non proprio diplomatico su questo e quello, come è normale avvenga nelle conversazioni private tra colleghi di lavoro. Altre cose sembrano scandalose ma non lo sono, come l’email in cui un funzionario della campagna Clinton dice di essere in contatto con "quelli del Dipartimento di Giustizia" in relazione alla pubblicazione delle sue email di quando era segretario di Stato: ma dove si parla di un calendario accessibile a tutti.

Come ha scritto Joe Klein:
«Nel mezzo di questo munifico ottobre, i russi e Julian Assange hanno organizzato la diffusione di migliaia di email private del comitato Clinton. Queste email hanno rivelato un fatto scioccante e scandaloso su Hillary Clinton: è un politico. La diffusione delle email da parte di Wikileaks rappresenta in realtà uno dei momenti più rassicuranti di questa funesta campagna elettorale: permettono di apprezzare la competenza e la sanità mentale della candidata Hillary Clinton e del suo staff – e anche qualcosa in più: un rinfrescante senso di realtà e consapevolezza dei capricci della politica»
Ci sentiamo già da domani sera sui social network, dall’Iowa: se arrivo in tempo, commentiamo insieme su Periscope la terza puntata di La Casa Bianca, che andrà in onda domani alle 22.50 su Raitre. Le prime due puntate potete rivederle qui e qui (e stanno andando bene! Grazie). Poi giovedì edizione speciale della newsletter sul terzo e ultimo dibattito. Ci vediamo invece il 27 ottobre a Milano e il 28 ottobre a Cuneo (seguiranno dettagli su Cuneo). Questo era un pezzo del pubblico di Forlì questa settimana. Wow.



Ciao!
 
Questa newsletter vi arriva grazie al contributo di Otto e della Fondazione De Gasperi.

Cose da leggere
12 Reasons to Vote for Hillary That Have Nothing to Do With Trump, di Katha Pollitt su The Nation
The conservative intellectual case for Donald Trump, explained, di Zack Beauchamp su Vox
Hillary Clinton is a 68-year-old woman. And plenty of people hate her for it., di Petula Dvorak sul Washington Post
Can the first woman to run a Republican Presidential campaign reform Donald Trump?, di Ryan Lizza sul New Yorker
Women Are Defeating Donald Trump, di Nate Silver su FiveThirtyEight
Now Is The Greatest Time To Be Alive, di Barack Obama su WIRED

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Francesco Costa · Portello · Milano, Italia 20149 · Italy