234 giorni alle elezioni statunitensi
17 giorni alle primarie in Wisconsin

Da questa newsletter i problemi di visualizzazione sui cellulari dovrebbero essere risolti, confermate? È merito del mio amico Marco, che è anche la persona grazie alla quale ogni settimana la newsletter non è piena di refusi.

Il numero di email di risposta che ricevo dopo ogni newsletter sta crescendo, perché questa campagna elettorale – soprattutto tra i Repubblicani – è incerta e appassionante come poche altre del passato: e c'è una domanda che è nettamente quella che ricevo più spesso, anche se ho già risposto in almeno un paio di newsletter e in un articolo sul Post. Quindi prendiamo il toro per le corna:

cosa succede ai delegati dei candidati che si ritirano?

Poi ci sono tutte le domande collaterali: una volta alla convention, i delegati sono obbligati a votare per il candidato con cui sono stati eletti alle primarie? I vincoli li stabilisce un regolamento di partito o una legge? I delegati di Rubio possono votare con quelli di Cruz, per dire, e fare un dispetto a The Donald?

Le norme che regolano i delegati e i loro vincoli cambiano stato per stato (e sono leggi, non regolamenti di partito). Quindi nessuna delle cose che sto per dire è assoluta e vale per tutti. In generale, semplificando, alla convention al primo scrutinio i delegati sono tenuti a votare il candidato con cui sono stati eletti, anche se nel frattempo di quel candidato si è ritirato. Da quando le primarie si fanno come oggi, cioè dagli anni Settanta, è sempre successo che al primo scrutinio un candidato abbia avuto la maggioranza assoluta e sia stato eletto così per acclamazione. Se questo non dovesse avvenire, si procederebbe con altri scrutini: nel gergo della politica americana questo scenario si chiama "brokered convention" o "open convention". 

Al secondo scrutinio, più o meno il 40 per cento dei delegati si svincola dal suo candidato originario: possono decidere di votare chi vogliono. Scrutinio dopo scrutinio questa percentuale sale ancora fino ad arrivare rapidamente a un punto in cui tutti i delegati sono svincolati. Si tratta, si promette, si ricatta, finché scrutinio dopo scrutinio un candidato – che può essere chiunque: anche qualcuno che non era candidato alle primarie – ottiene la maggioranza assoluta dei voti. Questa almeno è la questione burocratica, numerica.

Poi c'è la questione politica.

È ancora piuttosto improbabile che si verifichi questo scenario: basta fare un po' di conti. Se la cosa dovesse verificarsi, alla convention si vedrebbe probabilmente una situazione del genere: Trump con circa il 45 per cento dei delegati, Cruz con circa il 30, Kasich con il 15 e poi le briciole (Rubio, Bush, Carson, Paul). Ora, per quanto sia tecnicamente possibile che Cruz, Kasich e Rubio uniscano le loro forze per togliere la nomination a Trump, si creerebbe evidentemente un enorme caso politico e di rappresentanza: un candidato che avrebbe avuto la maggioranza relativa dei voti e avrebbe vinto nella grande maggioranza degli stati sarebbe fatto fuori da due o tre candidati nettamente sconfitti. Il Partito Repubblicano farebbe incazzare moltissimo i suoi elettori, che non è una cosa saggia da fare a pochi mesi dalle elezioni presidenziali.

Cosa succederebbe allora? Dirlo adesso è impossibile, eppure bisogna cominciare a occuparsene adesso. Per spiegare perché vi cito una storia che sembra uscita da House of Cards, ma è vera: in certi stati sono i governatori e i partiti locali a decidere chi può fare il delegato. Quindi ci sono posti in cui i delegati per Trump sono stati scelti da funzionari di partito anti-Trump. Quando questi delegati non dovessero più essere vincolati a votare per Trump, con chi andranno? Altri raccontano – in questo articolo di Bloomberg, per esempio – che Ted Cruz sta facendo infiltrare nelle file di Trump alcuni suoi sostenitori, perché si facciano eleggere alla convention e poi dopo il primo scrutinio passino con lui. Capito che roba?

La cosa da tenere presente è che si tratta davvero di un territorio inesplorato. Io sto leggendo questo libro sul tema, per studiare e prepararmi. Se lo finisco in tempo, nella newsletter di sabato prossimo: guida completa alla brokered convention. Hai visto mai.
 

Uno spot dalla campagna elettorale dei Democratici del 1964. Il candidato Repubblicano era Barry Goldwater, senatore estremistissimo. Vi ricorda qualcosa?
(grazie a Stefano che me lo ha segnalato)

Nel frattempo, questa settimana Rick Scott ha dato il suo sostegno ufficiale a Donald Trump. È il governatore della Florida, che è uno stato che alle presidenziali pesa parecchio; ha alle spalle una piccola carriera militare e una rilevantissima nel settore privato (è anche lui ricco sfondato, insomma). È stato eletto governatore nel 2010 e rieletto nel 2014. Prima di essere eletto, faceva l'estremista da Tea Party; da allora invece fa il responsabile uomo di governo. Se e quando Trump si dovesse trovare a scegliersi un vice, Scott andrebbe tenuto d'occhio molto più di quel pesce lesso di Christie.

Abbiamo un giudice della Corte Suprema
Questa settimana Barack Obama ha nominato Merrick Garland alla Corte Suprema, in sostituzione del giudice conservatore Scalia morto lo scorso gennaio. Garland è un giudice apprezzatissimo per il suo rigore ed è anche un moderato: nel corso della sua carriera ha ricevuto molte volte elogi dai Repubblicani. Nonostante questo, i Repubblicani contestano la possibilità di nominare un giudice alla Corte Suprema in un anno di elezioni – cosa perfettamente legale, naturalmente, e anzi dovuta – e dicono che non hanno intenzione nemmeno di invitare Garland in Senato. È un problema: senza un voto del Senato, dove i Repubblicani hanno la maggioranza, Garland non può insediarsi.

Questa storia non riguarda direttamente la campagna elettorale, ma indirettamente sì. Per esempio: se fra quattro mesi Donald Trump dovesse essere ufficialmente il candidato dei Repubblicani alla presidenza, e i sondaggi dovessero dare a Clinton grandi possibilità di vittoria, i Repubblicani al Senato potrebbero ripensarci: meglio il moderato Garland del giudice di sinistra che nominerebbe Clinton una volta eletta (magari sfruttando anche un Senato con una nuova maggioranza Democratica). Ma c'è di più: i Repubblicani al Senato potrebbero approvare Garland anche dopo le presidenziali, nel periodo che intercorre tra l'elezione del nuovo presidente e del nuovo Congresso (novembre) e il loro effettivo insediamento (gennaio). Nel frattempo, nelle prossime settimane, i Democratici cercheranno in tutti i modi di costringere i Repubblicani a prendere in esame la candidatura di Garland, descrivendo come irrazionale ed estremista il loro ostruzionismo.
 

E siccome c'è una scena di The West Wing per ogni occasione...
(c'è anche un podcast su The West Wing, adesso! Lo cura Joshua Malina, cioè Will Bailey)

Dove vanno adesso le primarie
Il 22 marzo i Repubblicani votano in Arizona e Utah, i Democratici votano in Arizona, Idaho e Utah. Il 26 marzo i Democratici votano anche in Alaska, Hawaii e Washington. Tra questi, l'unico stato su cui esistono dei sondaggi dignitosi è l'Arizona: tra i Democratici, Clinton è in vantaggio di oltre 20 punti; tra i Repubblicani invece Trump è dato in vantaggio di oltre 10 punti. Il voto in Arizona è interessante perché da quelle parti il 30 per cento degli abitanti ha origini latinoamericane: tra i Democratici, sarà un test per capire se e quanto Sanders può fare ancora progressi in quel segmento di elettorato (in Nevada aveva perso ma non era andato malissimo tra i latinos); tra i Repubblicani sarà importante vedere se Cruz saprà sfruttare il ritiro di Rubio e la grandissima impopolarità di Trump tra i latinoamericani per rimontare.

Il prossimo bersaglio grosso alle primarie però sarà quello del 5 aprile, quando sia Democratici che Repubblicani voteranno in Wisconsin.

Un grafico
Questo grafico mostra il valore in milioni di dollari degli spazi occupati dai candidati sui media. La colonna "bought" indica il valore economico degli spazi che i candidati hanno occupato perché se li sono comprati: gli spot, insomma. La colonna "earned" indica il valore economico degli spazi che i candidati hanno occupato perché i media hanno parlato di loro spontaneamente. A Trump sarebbero serviti due miliardi di dollari per comprare la copertura mediatica che ha avuto. È normale e persino giusto che i media seguano i candidati più popolari e vincenti, non è uno scandalo: ma uno scarto di queste proporzioni è un'anomalia. Avete capito che cavolo è successo? 



Quando ci vediamo?
– il 22 marzo a Firenze, alle 21 alla fondazione Stensen
– il 23 marzo a Monza, alle 21 al circolo dei Giovani Democratici di via Arosio 6
– il 24 marzo a Parma, alle 18.30 al circolo ARCI di via Argonne 4.

Coming soon: sicuramente Padova, Verona e di nuovo Milano.
Probabilmente Bologna, Pisa, di nuovo Torino, di nuovo Roma.

Cose da leggere 
As Hillary Clinton Sweeps States, One Group Resists: White Men, di Patrick Healy sul New York Times
– What We Missed About Rubio, di Michael Grunwald su Politico
– How Hillary Should Debate Donald, di William Saletan su Slate
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